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Nata dal mio niente
Avevo in mano un pugno di stagioni
sei lune appena, il gelo nella voce
mentre il destino alzava le prigioni
inchiodandomi il tempo alla croce
Trentasette rintocchi, poi il silenzio
un foglio bianco senza più domani
ho bevuto veleno e assenzio
col peso di un futuro ormai lontano.
Ma in quel deserto, in quel vuoto immenso
ho scavato la terra con le dita
per dare al tuo respiro un senso intenso
e alla mia fine un’alba che si invita
Ho sputato il sangue che ardeva
per farne linfa e offrirti la mia forza
mentre la morte invano mi cercava
io mi facevo quercia, e poi corteccia
Ti ho cresciuta col poco che restava
inventando la vita dal mio niente
ogni fibra mia si consumava
per farti luce, limpida e presente
Oggi, con quarantotto primavere
e il buio è solo un’ombra che mai si scorda
bevo la gioia nello stesso bicchiere
dove la sorte mi voleva muta, cieca e sorda
Ma non sono un resto, non sono ferita
ma un inno nudo, un volo senza fine
sono colei che ha vinto la partita
partorendo la luce dalle spine.
@Alma Gjini